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Immsi (IMS)

- 30/3/2012 07:17
duca minimo N° messaggi: 38149 - Iscritto da: 29/8/2006
Grafico Intraday: ImmsiGrafico Storico: Immsi
Grafico IntradayGrafico Storico

 

 

Ci prendiamo il dividendo ...



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4072 Commenti
   4   ... 
61 di 4072 - 26/9/2013 10:13
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
conviene rileggere attentamenteheheh






IL 28 OTTOBRE SCATTA IL LIBERI TUTTI. Il patto di sindacato legava i soci fino allo scorso gennaio e prevedeva il divieto di cessione dei titoli (lock up) per tutto il periodo (fanno eccezione i soci italiani che possono vendere ad altri della cordata, almeno fino al prossimo 28 ottobre), regole di govenance (è previsto un comitato esecutivo composto da 9 amministratori di cui 2 nominati da Air France) e la previsione che, al superamento del 50% del capitale, sia lanciata un’Opa sulla quota restante. Tra poco più di un mese scadrà anche l’ultimo vincolo, ovvero il vincolo per cui i soci italiani fino a gennaio non potevano trasferire azioni né a terzi né ad Air France e fino al 28 ottobre appunto i soci italiani avrebbero comunque goduto della prelazione diritto.

62 di 4072 - 27/9/2013 10:06
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
Alitalia: francesi minacciano disimpegno (Rep)
ROMA (MF-DJ)--La volonta' di Air France di "conquistare" Alitalia per ora resta in sospeso. I francesi, scrive Repubblica, scelgono di isolarsi, di restare alla finestra, magari fino a costringere Alitalia e la politica ad alzare bandiera bianca, magari fino agli ultimi istanti che precedono il fallimento pilotato. Questa, prosegue il giornale, e' una delle possibili ragioni che stanno dietro alla decisione del board transalpino di lasciare la compagnia italiana in balia delle correnti fino al prossimo cda del 3 ottobre e alla decisiva assemblea del 14 ottobre.
Probabilmente, prosegue il giornale, e' una strategia che punta a entrare in cabina di pilotaggio dell'azienda pagando il meno possibile ma che da questo istante in avanti complichera' e non di poco i rapporti.

Ieri, a sorpresa, Air France ha votato contro l'aumento di capitale da 100 mln deciso dal cda di Alitalia. Quasi un colpo di teatro, sottolinea il quotidiano, anche sotto il profilo dei rapporti tra Francia e Italia suggellati a livello di ministri dei trasporti proprio ieri a Parigi. vs

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September 27, 2013 02:58 ET (06:58 GMT)

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64 di 4072 - 27/9/2013 10:48
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
...?
smile%20domanda.jpg
65 di 4072 - 27/9/2013 13:18
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
...allora brindiamo al fallimento Alitaliahahahahah




Colaninno studia come eliminare le zavorre di Immsi
SE PARADOSSALMENTE REGALASSE LA SUA QUOTA IN ALITALIA, E ANCORA PIÙ QUELLA IN RODRIQUEZ, IL TITOLO DELLA HOLDING NE TRARREBBE UN BENEFICIO. SECONDO MEDIOBANCA, VALE IL 62% IN MENO RISPETTO AGLI ASSET CHE POSSIEDE
Sara Bennewitz
Lo leggo dopo
Milano È la holding più a sconto di Piazza Affari, e anche quella che sotto la guida di Roberto Colaninno può riscattarsi dal ruolo di Cenerentola. Nonostante le smentite, Immsi in settimana ha preso il volo in vista di una possibile soluzione della vicenda Alitalia, una partecipazione che al gruppo è costata 80 milioni. Il 7% nel vettore italiano, così come il 63% dei cantieri Rodriquez non sono asset attraenti per gli investitori, al contrario sono un deterrente per le quotazioni di Immsi. Se Colaninno regalasse la sua quota in Alitalia, e ancora di più quella dei cantieri navali, il titolo paradossalmente ne trarrebbe un beneficio. Il mercato teme infatti che le due aziende cronicamente in rosso - debbano essere ricapitalizzate, pertanto gli analisti considerano Alitalia e Rodriquez come due fattori di rischio per la società. Per questo motivo Immsi sul mercato vale solo 190 milioni, e quindi debiti compresi (circa 260 milioni a monte della Piaggio), meno del 53,6% del gruppo di Pontedera che in Borsa capitalizza 850 milioni. Alla fine del 2002 Colaninno comprò il controllo della Immsi dalla Telecom di Marco Tronchetti Provera, lanciò un’Opa e cambiò l’oggetto sociale per trasformare il gruppo immobiliare in una holding di partecipazioni. Allora in molti si stupirono che Colaninno per ricreare una sua Olivetti fosse partito proprio da un satellite di Telecom, da cui era uscito due anni prima. A distanza di 10 anni, Immsi ha fallito nel tentativo di creare
un polo dei trasporti, perché a parte il successo del risanamento di Piaggio, tutti gli altri investimenti - ad eccezione della quota in Unicredit non solo non hanno fruttato un euro di dividendi, ma hanno anche appesantito di debiti la società. Se Colaninno invece che gestire una holding di partecipazioni si trovasse a capo di un fondo di private equity, a questo punto dovrebbe passare all’incasso e non è escluso che l’imprenditore mantovano sia pronto a farlo. Se è vero che le chance di monetizzare a breve uno di questi asset sono scarse perché il momento di mercato non gioca a vantaggio dei venditori, è anche vero che i tempi del cambiamento sono maturi, e questo vale sia per le attività immobiliari di IsMolas che per Alitalia, che volente o nolente si trova di fronte a un punto di non ritorno che impone una svolta. Se Immsi non riuscisse a liberarsi delle zavorre che bruciano cassa, rischia inoltre di aver bisogno di vendere i gioielli di famiglia perché i dividendi di Piaggio (circa 15 milioni all’anno) non bastano per pagare gli interessi sui debiti e ripianare le perdite. Certo Colaninno potrebbe cedere la quota in Unicredit (11 milioni ai prezzo di mercato) o l’immobile in viale Abruzzi a Roma (valutato 60 milioni), ma potrebbe anche scegliere di vendere una fetta del gruppo di Pontedera, magari per dotare l’azienda delle risorse necessarie a finanziare la crescita in Africa e Sudamerica. Il gruppo delle due ruote soffre per la crisi del Vecchio continente ma gode di un avamposto di pregio in Asia, dove trae la maggior parte dei suoi margini e dei suoi profitti. Per fare un passo in avanti, Piaggio che ha i marchi e i prodotti giusti, avrebbe bisogno di più risorse e di una squadra di manager pronta a far crescere ancora il gruppo. Solo che i debiti dell’azienda (oltre 360 milioni, il doppio rispetto al margine lordo 2012), costituiscono un limite all’ulteriore espansione del gruppo. Dato il successo di Piaggio in India - dove invece tante aziende italiane hanno fallito - un avamposto in Brasile che invece è da sempre uno dei mercati di riferimento sia di Fiat che di Pirelli, sembra sempre più una mossa obbligata. Basterebbe sospendere la cedola del gruppo di Pontedera per tre anni per finanziare l’espansione carioca, ma le priorità di Piaggio sembrano essere altre. Per questo un gruppo che da tutti gli analisti è giudicato vincente tanto quanto lo era Ducati prima di essere ritirata dal mercato, riceve valutazioni neutrali in attesa di un cambio di passo. E così tra Piaggio e Immsi, alcuni analisti come quelli di Mediobanca, consigliano di comprare la seconda, che è un modo economico per scommettere sulle prospettive future del gruppo di Pontendera e altri, come Equita e Deutsche Bank, consigliano invece di puntare sul gruppo delle due ruote, perché temono che gli altri asset della holding presentino un rischio per l’investimento. Nel dubbio gli esperti di Exane suggeriscono di investire sia su Immsi che su Piaggio, mentre Colaninno compra periodicamente azioni della holding, anche se in piccole quantità, a dimostrazione del fatto che è convinto del valore nascosto in un gruppo che, secondo i calcoli di Mediobanca, vale il 62% in meno rispetto agli asset che possiede. Roberto Colaninno presidente di Immsi e di Piaggio Nel grafico, la struttura del gruppo che fa capo a Roberto Colaninno. Qui sotto, l’andamento in Borsa della Immsi e della controllata Piaggio Piaggio è la società del gruppo che dà maggiori soddisfazioni a Colaninno
(14 gennaio 2013)
66 di 4072 - 27/9/2013 13:30
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
...anche il Cola tra i ladronihihihihih




26 SET 2013 14:38
LA LISTA DI CHI HA SPOLPATO TELECOM, E CHI LO HA PERMESSO, È LUNGA, FITTA E COMPOSTA DAI SOLITI NOTI (AGNELLI, ROBERTO COLANINNO, D’ALEMA, BAZOLI, ETC ETC)
Ma il campionissimo è Gabriele Galateri di Genola e Suniglia. Il quale, nel corso degli anni, ha comprato Telecom come presidente di Mediobanca, gestito Telecom come presidente di Telecom e rivenduto Telecom come presidente di Generali. E adesso non ci dà nemmeno una spiegazione…




Giorgio Meletti per "Il Fatto Quotidiano"

TELECOM c c fa a ca dd
TELECOM C C FA A CA DD
Sempre gli stessi. Per vent'anni, dandosi il turno, scambiandosi pacchetti azionari e poltrone, intermediando amicizie politiche, dandosi consulenze reciproche, hanno lavorato alacremente, coralmente, appassionatamente per spolpare il gioiello: Telecom Italia.

C'è un prima e c'è un dopo. Fino al 1994 non c'è Internet e c'è lo spezzatino telefonico. C'è la Sip, che gestisce le reti urbane, poi la Asst, azienda di Stato, che gestisce le interurbane, la Italcable per le internazionali, la Telespazio per i satelliti. Sono aziende pubbliche e c'è il monopolio. La regola della Prima Repubblica è che i partiti nominano i manager, alcuni dei quali rubano per i partiti o lasciano rubare gli amici dei partiti.

TELECOM ITALIA jpeg
TELECOM ITALIA JPEG
Quando mancano i soldi si fa una capatina al ministero delle Poste e si concorda un aumento delle tariffe. Telefonare è un lusso, però la Sip è così ricca che quando i manager disonesti finiscono di rubare quelli onesti possono investire e fare ricerca. Il laboratorio di ricerca Cselt di Torino è invidiato da tutto il mondo. Lì, un signore piemontese sconosciuto agli italiani, ma famoso nel mondo, Leonardo Chiariglione, inventa lo standard video Mpeg e quello audio Mp3.

La Seconda Repubblica e gli arricchimenti facili
Ma fatalmente nel laboratorio Telecom attecchisce più facilmente il know-how dell'arricchimento facile, a spese dei piccoli azionisti. Nel 1994, con la nascita della Seconda Repubblica, scocca l'ora di Telecom Italia, che riunisce gli spezzoni di cui sopra. La regia dell'operazione è dell'Iri, e del suo presidente Romano Prodi, che pochi giorni dopo il faticoso parto, avendo Silvio Berlusconi vinto le elezioni, saluta e se ne va.

Gabriele Galateri di Genola
GABRIELE GALATERI DI GENOLA
Inizia l'era della concorrenza. L'Italia ha bisogno di soldi per entrare nell'euro, e riecco Prodi che diventa presidente del Consiglio e mette in campo il suo dream team delle privatizzazioni: Carlo Azeglio Ciampi ministro del Tesoro, Mario Draghi direttore generale del Tesoro (oggi presidente della Bce), Vittorio Grilli suo braccio destro. Vengono cacciati a furor di popolo i boiardi Biagio Agnes e Ernesto Pascale e arriva il professor Guido Rossi.

Vendere, vendere! A ottobre ‘97 il popolo corre a comprare le azioni a 10.908 lire l'una. Lo Stato incassa 26 mila miliardi di lire, 13 miliardi di euro. Ma adesso chi comanda? La soluzione è penosa e profetica insieme. Si costituisce il mitico "nocciolo duro", un gruppetto di soliti noti (Generali, Comit, Credit, Montepaschi, Ina, più gli americani di Att) che, con poco più del 6 per cento delle azioni, devono garantire stabilità al timone. Il risultato è che la Fiat, comprando lo 0,6 per cento del capitale Telecom, comanda.

prodi romano
PRODI ROMANO
È Umberto Agnelli, con il suo fido Gabriele Galateri di Genola e Suniglia, a scegliere i manager. Chiama alla presidenza, al posto di Guido Rossi, un ex manager Fiat di sua conoscenza, Gian Mario Rossignolo, che esordisce facendo ridere la stampa di mezzo mondo spiegando a un incredulo corrispondente del Financial Times: "I am a very powerful chairman" (Sono un presidente molto potente). La sua gestione è un disastro e una comica insieme. Viene cacciato dopo dieci mesi. L'anno scorso è stato arrestato per una storia di formazione professionale.

Nel novembre 1998 arriva al vertice Franco Bernabè, reduce dai successi alla guida dell'Eni. Non fa in tempo a sedersi che parte la scalata di Roberto Colaninno, il ragioniere di Mantova. Gli è venuta un'idea meravigliosa: la sua Olivetti si fa prestare i soldi dalle grandi banche internazionali e lancia un'offerta pubblica di acquisto, che si concluderà il 21 maggio 1999. La Olivetti compra dal mercato il 51 per cento di Telecom per 30 miliardi di euro. Il presidente del Consiglio Massimo D'Alema inneggia ai "capitani coraggiosi" della "razza padana", che ci mettono soldi veri, non come gli Agnelli che vogliono comandare con lo 0,6 per cento.

Vero. Ma è anche vero che a Palazzo Chigi masticano poco le lingue ("L'unica merchant bank dove non si parla inglese", scolpirà Guido Rossi), e non sanno o fanno finta di non sapere che cosa vuol dire leverage buyout: compri un'azienda facendo i debiti e poi trovi il modo di scaricare il tuo debito sull'azienda che hai scalato. Umberto Paolucci, capo europeo di Microsoft, rilascia al Corriere della Sera un'intervista profetica: "Bisogna vedere se, a causa dell'indebitamento, il gestore telefonico rimane capace di investire quanto è necessario per l'innovazione del Paese. In caso contrario, rischia il declino e il passaggio da una scalata all'altra. Del resto, mai prima d'ora nel mondo un gestore telefonico è stato oggetto di una scalata ostile".

Quel duro faccia a faccia tra D'Alema e Draghi
La battaglia è durissima, dura mesi. Bernabè le studia tutte per fermare gli scalatori, ma il governo è contro di lui. Alla vigilia di una decisiva assemblea straordinaria degli azionisti Telecom, in cui Bernabè vuole farsi approvare misure anti-scalata, D'Alema impone a Draghi, titolare come direttore generale del Tesoro di un pacchetto di azioni forse decisivo per il numero legale, di non partecipare. C'è una tesa riunione a Palazzo Chigi. Ciampi tace. Draghi pretende e ottiene un ordine scritto.

guido rossi
GUIDO ROSSI
Glielo scrive il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Franco Bassanini, oggi presidente della Cassa depositi e prestiti. Per D'Alema non andare all'assemblea è un atto di neutralità. Negli stessi giorni si incontra a Roma, nell'abitazione dell'amico Alfio Marchini con Enrico Cuccia, boss di Mediobanca che spalleggia Colaninno nella scalata (il lavoro tecnico lo fa un giovane direttore centrale, Matteo Arpe). Il vecchio banchiere e il giovane leader infatuato di Tony Blair parlano della scalata Telecom, neutralmente.

Due anni dopo Colaninno è in difficoltà. La sua decisione di comprare Telemontecarlo, ribattezzarla La7 e usare i soldi di Telecom per sfidare Berlusconi sul mercato televisivo fa saltare gli equilibri. Il Caimano vince le elezioni nella primavera del 2001, e anche gli amici diessini gli consigliano la resa.

MARIO DRAGHI ED ENRICO LETTA FOTO INFOPHOTO
MARIO DRAGHI ED ENRICO LETTA FOTO INFOPHOTO
C'è pronto a comprare Marco Tronchetti Provera: il salto dalla Pirelli all'impero Telecom farà di lui il nuovo capo del capitalismo italiano, il successore di Gianni Agnelli. È amico di Berlusconi, ma è anche in buoni rapporti con D'Alema, che per primo aveva candidato a Palazzo Chigi con un'intervista a Repubblica. Al suo fianco ci sono le banche Intesa (Giovanni Bazoli) e Unicredit (Alessandro Profumo), oltre alla famiglia Benetton.

La trattativa si chiude a fine luglio. All'inizio tratta Emilio "Chicco" Gnutti, il socio storico di Colaninno. Poi Gnutti si sente male, soffre di cuore, e chiede all'amico Gianni Consorte, boss di Unipol, di chiudere l'operazione. Il manager abruzzese, legatissimo a D'Alema, si sta allenando per le scalate bancarie che lo vedranno sfortunato protagonista nel 2005 della calda estate dei "furbetti del quartierino". È svelto. Vende a Gnutti le azioni Telecom in mano all'Unipol a 3 euro, Gnutti le rivende a Tronchetti a stretto giro a 4,17. Per il disturbo Gnutti fa arrivare a Consorte e al suo vice Ivano Sacchetti un bonifico da qualche decina di milioni di euro. La storia finirà in tribunale con la scalata Unipol-Bnl.

Morale della scalata 2001. Roberto Colaninno nel 1996 è un dipendente di Carlo De Benedetti, manager nella natia Mantova della Sogefi. Viene nominato a sorpresa amministratore delegato della Olivetti e due anni dopo, con Gnutti e la "razza padana" ne ha acquisito il controllo. La usa per scalare Telecom.

UMBERTO E GIANNI AGNELLI
UMBERTO E GIANNI AGNELLI
Nel 2001 vende a Tronchetti ed è ricco. In cinque anni è passato da manager stipendiato a capitalista in grado di comprare dalla stessa Telecom l'immobiliare Immsi, trasformarla in holding di partecipazioni , comprarsi la Piaggio e poi investire in Alitalia. Neppure Bill Gates e Steve Jobs si sono arricchiti così rapidamente. Tronchetti conquista Telecom comprando il pacchetto di controllo di Olivetti. Colaninno, Gnutti, Consorte e soci si arricchiscono, ai piccoli azionisti niente: è il mercato, bellezza.

Durante le gestione Tronchetti, Telecom inizia il suo declino. Incassa le bollette e lesina sugli investimenti, smantella lo Cselt (nel frattempo ribattezzato TiLaB), soprattutto distribuisce lauti dividendi, perché la sua scatola Olimpia, con cui controlla l'impero, è piena di debiti da ripagare alle banche. Dal 2001 a oggi, i vari azionisti che si sono passati di mano la Telecom l'hanno costretta a pagare non meno di 15 miliardi di dividendi. Se quei soldi fossero rimasti in cassa, com'era giusto per un'azienda così scassata dal punto di vista finanziario, adesso il debito netto non sarebbe di 28, ma di 13 miliardi.

Nel 2006 arriva un nuovo cataclisma. Torna al governo Romano Prodi, e Tronchetti comincia a innervosirsi. Scoppia lo scandalo dei dossieraggi illegali che coinvolge il capo della security Telecom, Giuliano Tavaroli. Nella bufera, Tronchetti comincia a gridare allo scippo: esce un piano di Angelo Rovati, amico e collaboratore di Prodi, che ipotizza lo scorporo della rete telefonica per risolvere i problemi patrimoniali del colosso indebitato (esattamente lo stesso copione di oggi). Tronchetti si dimette della presidenza e la affida a Guido Rossi (rieccolo), ma capisce che è ora di vendere.

L'ennesimo pasticcio in nome dell'italianità
Inizia la tiritera dell'italianità. Vorrebbe comprare Carlos Slim, imprenditore telefonico messicano, oggi l'uomo più ricco del mondo. Bocciato. Bussa alla porta di Tronchetti Cesar Alierta di Telefónica. Bocciato anche lui. Alla fine fiorisce la impagabile "operazione di sistema". Il governo Prodi battezza un pasticcio in cui una nuova scatola, battezzata Telco, strapaga a Tronchetti le sue azioni: 2,8 euro contro i 2,2 della quotazione in Borsa.

ANDREA RAGNETTI E ROBERTO COLANINNO
ANDREA RAGNETTI E ROBERTO COLANINNO
Ai piccoli azionisti, che detengono l'80 per cento del capitale, niente nemmeno stavolta. La Telco è formata da Telefónica España, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. E chi è il presidente di Mediobanca? Gabriele Galateri di Genola, l'immancabile. Chi il direttore generale? Alberto Nagel, che ieri ha rivenduto. E chi è il numero uno di Intesa Sanpaolo? Bazoli, profeta delle operazioni "di sistema".

L'operazione si chiude a fine aprile 2007. Mediobanca e Intesa Sanpaolo litigano fino a dicembre per scegliere il nuovo manager. Nel frattempo l'azienda rimane affidata a Riccardo Ruggiero, l'uomo di Tronchetti, famoso per gli stipendi, le buonuscite, e l'autovelox che lo becca a 311 all'ora sulla Porsche.

MASSIMO DALEMA
MASSIMO DALEMA
Finirà invischiato nell'inchiesta sulle sim false di Tim. A dicembre arriva la scelta di Franco Bernabè (di nuovo lui), decisa dal comitato nomine di Mediobanca di cui fa parte Tronchetti, che dunque è chiamato a scegliere il successore nell'azienda che ha venduto ma anche, evidentemente, comprato.

bernabee mucchetti
BERNABEE MUCCHETTI
Elegantemente Tronchetti non si presenta alla riunione, dalla quale esce anche il nome del nuovo presidente di Telecom Italia: Gabriele Galateri di Genola, che lascia così la poltrona di Mediobanca a Cesare Geronzi. Poi Geronzi passerà alle Generali, da dove sarà cacciato, e al suo posto alla presidenza oggi c'è lui: Gabriele Galateri di Genola e Suniglia. Il quale ha dunque: comprato Telecom come presidente di Mediobanca, gestito Telecom come presidente di Telecom e rivenduto Telecom come presidente di Generali. E adesso non ci dà nemmeno una spiegazione.
67 di 4072 - 27/9/2013 13:59
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
questi signori sono osannati e il Berlusconi fustigato qualcosa in Italia non funziona e allora.........hahahahahahaha
sanberlusca.jpg
68 di 4072 - 27/9/2013 16:24
duca minimo N° messaggi: 38149 - Iscritto da: 29/8/2006
Quotando: SILVIETTINA...?smile%20domanda.jpg




lascia perdere ...è un immobile "rincoglionito" ...
69 di 4072 - 27/9/2013 18:20
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
...Alitalia non si può vendere e non può fallire quindi?... cappiamoci tutti e aiutiamo questi poveri imprenditori che stanno
facendo di tutto a costo della propria cassahahahahah per riportarla ai splendori che furono.........ma andate a lavorare LADRI!!!!!!!!!








Alitalia: Filt Cgil, questione compagnia riguarda paese
ROMA (MF-DJ)--"La questione del possibile fallimento di Alitalia non riguarda gli azionisti dell'azienda pur privata, ma riguarda il Paese".
Lo sostiene il segretario nazionale della Filt Cgil, Mauro Rossi, sulla situazione della compagnia di bandiera, sottolineando che "in tutti gli stati moderni gli asset strategici sono controllati dai governi direttamente o indirettamente. In tutti i paesi civili - evidenzia Rossi - i governi si occupano della politica industriale".

Secondo il dirigente sindacale della Filt infine ha concluso che "da noi da decenni ci occupiamo delle malefatte di Berlusconi e soci mentre il Paese si impoverisce sempre di piu' e perde pezzi, negando un futuro ai giovani". com/rga

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September 27, 2013 11:34 ET (15:34 GMT)

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70 di 4072 - 27/9/2013 19:18
duca minimo N° messaggi: 38149 - Iscritto da: 29/8/2006
Quotando: SILVIETTINA...Alitalia non si può vendere e non può fallire quindi?... cappiamoci tutti e aiutiamo questi poveri imprenditori che stanno
facendo di tutto a costo della propria cassahahahahah per riportarla ai splendori che furono.........ma andate a lavorare LADRI!!!!!!!!!




Alitalia: Filt Cgil, questione compagnia riguarda paese
ROMA (MF-DJ)--"La questione del possibile fallimento di Alitalia non riguarda gli azionisti dell'azienda pur privata, ma riguarda il Paese".
Lo sostiene il segretario nazionale della Filt Cgil, Mauro Rossi, sulla situazione della compagnia di bandiera, sottolineando che "in tutti gli stati moderni gli asset strategici sono controllati dai governi direttamente o indirettamente. In tutti i paesi civili - evidenzia Rossi - i governi si occupano della politica industriale".

Secondo il dirigente sindacale della Filt infine ha concluso che "da noi da decenni ci occupiamo delle malefatte di Berlusconi e soci mentre il Paese si impoverisce sempre di piu' e perde pezzi, negando un futuro ai giovani". com/rga

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Swissair c'è ancora ....si chiama Swiss .
71 di 4072 - 28/9/2013 09:08
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
...bravo duca!!! nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma dopo tutti questi anni i francesi sono ancora al centro dell'attenzioneheheheh... ora si chiuda Alitalia e si riparta con una nuova ALIDITALIA ALITALIANE ITALVOLA oppure non so......................SWISSAIR insegna anzi SWISS e i COLALADRI dovrebbero capire









Rotta verso il mercato

26 September 2013

governance / politica economica

Marco Giovanniello

Alitalia? Abbiamo già dato

Alitalia è di nuovo senza soldi, in balia di Air France che vorrebbe e non vorrebbe acquisirne il controllo, poco entusiasta di spendere per una linea aerea che probabilmente avrà sempre bilanci in rosso, ma col timore di perdere l' accesso privilegiato al grande e lucroso traffico intercontinentale italiano che Alitalia le dà. Per intervenire chiede il pagamento di una dote, ma abbiamo già dato e inutilmente.

Roberto Colaninno si ritrova con il cerino in mano, dopo aver sprecato buona parte dei tanti soldi che con la fortuna aveva guadagnato nell' avventura Telecomitalia, avventura per lui e sventura per l' azienda e per il nostro Paese. La malattia della moribonda compagnia di bandiera è però molto più antica dell' ingresso suo e degli altri "capitani coraggiosi" ed è tutta nell' incapacità di stare al passo con i tempi, che cambiarono per sempre in Europa dapprima con la privatizzazione di British Airways voluta da Margareth Thatcher e poi con la liberalizzazione dei voli interni europei della metà degli anni '90, ricalcata su quella dei cieli americani decisa da Jimmy Carter alla fine degli anni '70.

Meno di Alitalia, ma anche British Airways allora era un carrozzone statale in perdita, come lo erano Air France e Lufthansa e tante altre. La sua privatizzazione venne decisa nel 1981 e attuata nel 1987 con la quotazione alla Borsa di Londra che seguì ad una decisa e dolorosa ristrutturazione, quella di un' Alitalia non ancora ristrutturata è stata fatta oltre vent' anni dopo, nel 2008, uscendo dalla Borsa e solo perché non si era più trovato alcun modo di aggirare il divieto europeo di ripianare le perdite con i soldi dello Stato.

Il vecchio Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda primeggia nei cieli d' Europa, proprio come una volta nei mari. Rule, Britannia! rule the waves: British Airways sta molto meglio di Air France e Lufthansa, persino Virgin Atlantic ha trovato nell' americana Delta un nuovo partner, easyJet spadroneggia in Europa, ma soprattutto in Italia e Ryanair, che batte bandiera irlandese, completa il quadro.

Da noi Alitalia è sull' orlo dell' abisso, Meridiana sopravvive da anni grazie alla munificenza dell' Aga Khan, Blue Panorama grazie a quella forzata dei suoi creditori. Nello stesso tempo l' Italia è il mercato più importante, dopo quello del rispettivo Paese, per Air France, per Lufthansa, British Airways, per la spagnola Iberia da questa controllata, per la piccola portoghese TAP, per easyJet, per Ryanair e Wizzair, persino per la neonata low cost spagnola Volotea.

Recentemente hanno trovato il Bengodi da noi anche le ambiziose compagnie aeree del Golfo, Emirates, Etihad che inutilmente Alitalia cerca come alternativa ai Francesi, Qatar. Per ultima, ma solo in ordine temporale, turkish Airlines che in poco tempo è approdata con successo a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Roma e Napoli. La scorsa settimana, mentre da noi si parla solo di crisi, ha annunciato che volerà anche a Catania. La prossima settimana Emirates inaugurerà il suo volo giornaliero da Milano a New York, che offrirà per la prima volta la prima Classe su questa rotta, che Alitalia fino a Pasqua degnava di soli quattro voli settimanali.

Il risultato del match Europa-Italia, tennisticamente parlando, è 6-0, 6-0, 6-0. Tutti guadagnano nei cilei d' Italia, a parte gli Italiani. Vi verrà il sospetto che allora siamo sciocchi ed ebbene sì, lo siamo , abbiamo sprecato e continuiamo a sprecare uno dei mercati più grandi d' Europa, c' è il rischio che per maritare Alitalia con Air France faremo ancora di peggio.

Alitalia va al capolinea perché l' Italia si è rifiutata fino al 2008 di passare dal modello dell' azienda statale, votata alle perdite, consegnata ai capricci dei sindacati, beninteso soprattutto quelli dei piloti che guadagnavano stipendi stellari, preda di contratti che arricchivano Tizio e Caio, al modello della linea aerea che, come una normale azienda, per sopravvivere deve fare profitti. Dal 2008 i proprietari privati hanno potuto schiacciare i sindacati come il padrone pubblico non aveva mai potuto, però hanno scelto di guadagnare non con investimenti che avrebbero fatto di Alitalia un' azienda sana, ma più comodamente godendosi le limitazioni alla concorrenza, come il monopolio sulla Linate-Fiumicino, regalato loro da Silvio Berlusconi.

L' economia è andata peggio del previsto, Air France non può più permettersi di assorbire senza preoccuparsi un vettore eternamente in rosso e non tiene fede al tacito patto per cui avrebbe rilevato il 75% che le manca d Alitalia, pagando ai coraggiosissimi capitani il loro investimento più gli interessi, con tanti saluti a casa per l' italianità.

Il diavolo Silvio ha fatto la pentola, ma non il coperchio e Alitalia è stata una delle sue migliori bravate, come la fantomatica ricostruzione lampo a L' Aquila. Ma siamo onesti, nel 2008 la sorte di Alitalia era già segnata ed Air France, per prendersela, aveva chiesto condizioni assurde come il diritto di veto su nuovi voli voli intercontinentali di concorrenti, proprio quando diventavano più necessari alle nostre aziende per meglio vendere all' estero e al Paese per non essere tagliato fuori dalla globalizzazione. Quello del 2008 non fu l' ultimo treno, ma un vagone solitario che seguiva in ritardo, l' ultimo treno era passato nel 1998.

La compagnia aerea olandese KLM, che era più avanti di tutte le altre in Europa, capì d essere troppo piccola per sopravvivere da sola e propose all' Alitalia di Domenico Cempella una innovativa partnership, sulla scia di quella di grande successo che da anni aveva con l' americana Northwest. Alitalia non aveva, già allora, sufficienti aerei di lungo raggio, perché le perdite non le permettevano di acquistarli, KLM ne aveva in esubero e aveva bisogno di una base nel sud Europa anche perché l' aeroporto di Amsterdam scoppiava. Loro avrebbero servito tutto il mercato europeo a nord della linea che congiunge Lione a Monaco di Baviera, il resto del traffico avrebbe fatto capo all' aeroporto di Milano Malpensa, sfruttando il traffico del nord Italia, che oggi come allora, è quello che rende in Italia.
Un' ondata di cecità collettiva portò al sabotaggio di quell' accordo, che faceva di Alitalia e KLM insieme la maggiore compagnia aerea europea, non si chiuse l' aeroporto milanese di Linate come nei patti, KLM ruppe il fidanzamento e Alitalia perse il futuro. Dopo l' attentato delle Twin Towers dell’ undici settembre il nuovo Amministratore Delegato di Alitalia, Mengozzi, chiuse metà della rete intercontinentale di Alitalia e stipulò un accordo subalterno con Air France. Fu ancora lui nel 2008, diventato investment banker, a portare un' Alitalia ridotta a vettore regionale sotto le ali poco generose dei transalpini; che da allora hanno riempito i propri voli intercontinentali facendosi carico soltanto del 25% delle perdite di Alitalia.

Si illude chi pensa che il palazzo tremi per le conseguenze nei trasporti e nell’ economia di un’ eventuale chiusura di Alitalia, possibilissima se la cassa si esaurisse. Solo interessa il mantenimento dei posti di lavoro, anzi delle buste paga, per decine di migliaia di lavoratori della compagnia aerea e dell’ indotto, in particolare nell’ area romana, che genererebbe un boomerang politico.

Alitalia, così com’ è, non ha futuro, ma è sempre possibile guadagnare tempo e lasciare che sia un Governo del domani a gestire la patata bollente, esattamente come fece Silvio Berlusconi nel 2008.

L’ Alitalia del 2013 potrebbe sparire senza conseguenze per i passeggeri, che sarebbero limitate a qualche settimana, presto interverrebbero altre linee aeree ad offrire quei voli che sono remunerativi. Va da sé che sui voli in perdita non si dovrebbero invece versare lacrime. L’ estate è alle spalle, inizia un periodo di bassa stagione in cui è possibile pianificare una messa a terra ordinata della linea aerea e la ripresa istantanea dei voli da parte di qualche concorrente, nell’ attesa di trovare una soluzione definitiva.

Ci sono poche eccezioni, si perderebbe per molto tempo la possibilità di volare direttamente da Roma a Caracas e Lagos, ma ciò non giustifica l’ idea che Alitalia debba essere salvata a qualunque costo.

Air France, pare, vuole rivedere il piano industriale di Alitalia, presentato solo tre mesi fa e che pure i suoi rappresentanti nel consiglio di amministrazione avevano approvato. In futuro ci sarebbe non un’ espansione, ma una riduzione di voli, anche dei pochissimi intercontinentali e dunque possiamo aspettarci un’ ondata di migliaia di esuberi, che saranno a nostro carico.

Ogni volta che voliamo, con Alitalia o qualunque altra line aerea, paghiamo una sovrattassa di svariati euro per finanziare la generosissima Cassa Integrazione concessa nel 2008, di ben sette anni di durata originale, allungata di altri tre dal Governo Letta e, pochi lo sanno, senza limite all’ importo del trattamento. A Roma tanti piloti, espulsi con la privatizzazione, ricevono ogni mese dal 2008 una busta paga superiore di oltre il 50% a quella del sindaco Ignazio Marino.

Sarebbe scandaloso espandere ad altri questo trattamento di favore per quella che è a tutti gli effetti una casta, anzi bisogna riportarlo alla normalità, non c’ è alcuna giustificazione perché chi perde il lavoro in una linea aerea, purché avesse un contratto a tempo indeterminato, debba ricevere molto di più e ben più a lungo rispetto agli altri lavoratori.

Il Ministro Zanonato ha detto che non sono soldi a carico dello Stato, perché vengono presi da un’ apposita tassa sui biglietti, ma questa tesi non ha senso, né dal punto di vista etico, né da quello del nostro portafogli, perché sempre da quello escono i soldi.

Ad Alitalia Berlusconi concesse il monopolio della Linate-Fiumicino, allora una gallina dalle uova d’ oro. Questioni di decenza hanno obbligato pochi mesi fa a concedere una liberalizzazione gattopardesca. easyJet ha ottenuto la possibilità di fare cinque voli al giorno, un’ inezia rispetto ai trenta di Alitalia, in una rotta dove la scelta di orari è il fattore competitivo.

Se Air France pretende nuovi monopoli o limitazioni della concorrenza come condizione per sposare Alitalia, la risposta deve essere chiara e secca: no.

Allo stesso modo è ora di eliminare la posizione dominante garantita ad Alitalia a Milano Linate, insieme alla licenza di prendere in giro la regolamentazione che dovrebbe disciplinare quell’ aeroporto. Quello che si dà a Milano ad Alitalia costa a Milano migliaia di posti di lavoro e il bilancio totale è in perdita. Ogni pretesa francese di congelare per l’ eternità lo status quo di Linate andrebbe respinta. Idem per i diritti dei voli intercontinentali: la futura Alitalia francese offrirebbe un piccolissimo numero di collegamenti diretti fra l’ Italia e il mondo, deviando il più possibile i passeggeri negli aeroporti di Parigi e Amsterdam. Faccia come vuole e come detta la necessità di far quadrare i conti, ma lo Stato non deve assolutamente promettere, come invece fecero Prodi e Padoa Schioppa, che si bloccheranno altre linee aeree pronte ad operare le rotte trascurate.

Se quella del 2008 fu una privatizzazione finta e furbetta e con l’ aiutino, ora Air France deve valutare bene se prendere Alitalia a condizioni di mercato, senza scaricare su di noi i debiti e con la prospettiva di operare in un mercato concorrenziale e non in una colonia costretta a servire gli interessi della madrepatria. La concessione di privilegi per salvare, per qualche anno ancora, qualche posto di lavoro finto non avrebbe senso e, se Air France deciderà di non comprarla, lasciamo che Alitalia chiuda, come successe alla gloriosa Swissair, rinata come Swiss dalle sue ceneri e ora in buona salute.




Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/rotta-verso-il-mercato/alitalia-abbiamo-gia-dato#ixzz2gAOwsHUZ
72 di 4072 - 28/9/2013 11:38
duca minimo N° messaggi: 38149 - Iscritto da: 29/8/2006


Io, però , ho "dovuto" vendere IMMSI a 0,50 ( + 23% ) ...avevo bisogno di soldi e ...scusami : ti ho tradito con un'altra !

E settimana prossima devo fare anche il "pollo " ...forse anche COFIDE ...magari FNM ...
73 di 4072 - 30/9/2013 13:46
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
...questa è la sinistra che predica bene e razzola male...senza pudore!!! ed hanno anche il coraggio di parlare di conflitto di interessihihihihih



Alitalia, per il Pd esamina il caso l’azionista Matteo Colaninno
Amministratore delegato della holding di famiglia, vicepresidente di Piaggio, consigliere Immsi: il deputato del Partito democratico non salta una riunione e guadagna 390mila euro, più la retribuzione da onorevole

di Giorgio Meletti | 26 settembre 2013Commenti (145)
Colaninno e D'Alema
Più informazioni su: Alitalia, Matteo Colaninno, PD, Piaggio, Roberto Colaninno, Telecom.

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Ieri mattina, durante la trasmissione Omnibus il deputato del Pd Francesco Boccia ha preso a male parole un bravo giornalista del Tg La7, colpevole di aver ricordato in un ineccepibile servizio ciò che tutti sanno: “Qualche imbarazzo ce l’avrà anche il Pd – ha detto Frediano Finucci – visto che il suo responsabile economico Matteo Colaninno è il figlio del presidente di Alitalia, il numero uno dei patrioti, che peraltro era stato anche la guida dei capitani coraggiosi che 14 anni fa scalarono Telecom, l’altra patata bollente di oggi”.

Apriti cielo! Boccia ha definito “scorretto e sgradevole” il servizio di Finucci, protestando perché Colaninno junior “viene messo in croce perché il papà ha un’attività economica con cui lui non ha alcun rapporto”. “Cose da Italia”, ha concluso Boccia sconsolato, ma purtroppo per lui e anche per il Pd e per il Paese tutto, il presidente della commissione Bilancio della Camera non sa o finge di non sapere l’imbarazzante verità: Guglielmo Epifani, appena eletto segretario del Pd, ha imbarcato nella segreteria, con il delicato ruolo di responsabile economico che fu di Stefano Fassina e Pier Luigi Bersani, nientemeno che un azionista dell’Alitalia: Matteo Colaninno, appunto, che di suo padre Roberto è figlio ma anche socio.

La doppia vita di Matteo è degna del più scafato dei bigami. A giorni alterni si occupa degli interessi generali e di quelli, corposissimi, familiari. C’è conflitto di interessi? Questo lo deve valutare il Pd, magari a partire da notizie più precise di quelle che racconta Boccia in tv.

Roberto Colaninno, il papà, è azionista e presidente dell’Alitalia. L’investimento è in capo alla Immsi, la società quotata in Borsa che era di Telecom Italia e che il ragioniere di Mantova si comprò nel 2002 da Telecom con i soldi guadagnati scalando Telecom. La Immsi fa capo a sua volta alla Omniaholding, la cassaforte di famiglia. Il 29 giugno scorso, un bel sabato mattina, si è svolta a Mantova l’assemblea degli azionisti. C’erano tutti e quattro: papà Roberto (40,55 per cento delle azioni), mamma Oretta (19,89 per cento), il primogenito Matteo e il secondogenito Michele (19,78 per cento ciascuno). Il verbale, struggente, informa a termini di legge la comunità nazionale che “dopo breve e cordiale discussione”, i Colaninnos hanno approvato un bel bilancio con oltre un milione e mezzo di utile, e la conferma di papà alla presidenza e di Matteo e Michele come amministratori delegati. Ai due figli manager è stato dato lo stipendio: 150 mila euro a Matteo e la stessa cifra anche a Michele che pure lavora a tempo pieno e non fa politica. Dunque gli azionisti indiretti di Alitalia per la quota Immsi sono tutti i Colaninno, anche Matteo che pure ne parla come per sentito dire.

Alla Omniaholding fa capo anche la Piaggio. Matteo, nel tempo che gli resta libero dall’impegno politico, fa il consigliere d’amministrazione (per 40 mila euro l’anno di compenso) ma anche il vicepresidente (altri 60 mila euro). I maligni penseranno che per qualche riunione il responsabile economico del Partito democratico viene pagato (per decisione dell’azionista di controllo, cioè Matteo e i suoi cari) come cinque operai della gloriosa fabbrica di Pontedera. Ma sarebbe una malignità gratuita. Matteo si impegna a fondo e nel 2012, mentre partecipava allo sforzo corale del nostro Parlamento di sostenere il governo Monti che ci salvava dal baratro, ha partecipato anche all’87 per cento delle riunioni di consiglio Piaggio.

Colaninno junior, oltre che azionista, è anche consigliere della Immsi (altri 40 mila euro, e così il totalone da aggiungere all’indennità parlamentare è salito a 390 mila euro). Nel 2012, in parallelo con la temperie politica di cui sopra, non è mai mancato: 100 per cento di presenze nei consigli. Anche alla Camera è abbastanza assiduo, ma meno che nelle riunioni del business: 61,6 per cento di presenze da quando è deputato, cioè dal 2008.

La sua epifania fu un bel momento. Fulminato sulla via di Veltroni (benché bersaniano di ferro), definì la candidatura un grandissimo onore e annunciò le immediate dimissioni da tutti gli incarichi in Confindustria (era presidente dei Giovani industriali). Nessuno notò l’astuto silenzio sulle cariche societarie e sui pacchetti azionari. Neppure Walter Veltroni che lo nominò subito ministro ombra dello Sviluppo economico e che si battè al suo fianco per agevolare papà Roberto nella conquista di Alitalia. Quando quella volpe di B. lo accusò di tramare contro i “patrioti”, l’allora segretario del Pd abboccò subito e si sfogò con il Corriere della Sera: “Si inventa che avrei fatto saltare la trattativa che invece stavo riannodando. Guardi, qui in casa mia, su quei due divani là in fondo, si sono seduti Epifani e Colaninno, e hanno trovato l’accordo”. L’impressione è che queste e non i servizi del Tg La7 sono le vere “cose da Italia”, per dirla con Boccia.

da Il Fatto Quotidiano del 26 settembre 2013
74 di 4072 - 02/10/2013 20:47
SILVIETTINA N° messaggi: 12529 - Iscritto da: 28/6/2007
...come è facile essere imprenditori oggi in ITAGLIAHAHAHAHAHAHAH




Alitalia: creditori chiedono intervento CdP. Governo promette decreto
MILANO (MF-DJ)--La partita su Alitalia ha un convitato di pietra, la Cassa Depositi e Prestiti. Al tavolo fra creditori, azionisti e societa', spiegano fonti vicine al dossier, l'impegno richiesto alle banche di versare nuova finanza sarebbe stata accolta con favore ma solo se ci sara' una larga partecipazione non esclusa la partecipazione dell'ente presieduto da Franco Bassanini.
Nel dettaglio, spiegano le fonti, un ingresso della CdP e' stato chiesto dalle banche creditrici come condizione per la rinegoziazione del debito e l'eventuale concessione di nuova finanza, sotto forma di linee di credito o di assistenza e/o sottoscrizione di parte dell'aumento di capitale. La stessa richiesta e' stata avanzata anche dai creditori non bancari, primo fra tutti Eni. L'intervento della Cassa Depositi e Prestiti avrebbe il pregio di alleggerire l'onere economico a carico dei soci di Alitalia e quello di stabilizzare la partita nel medio periodo. L'ipotesi che si e' fatta al tavolo delle trattative e' quella che l'Ente possa accollarsi la meta' di un aumento da 300 mln.

Considerando che, secondo indiscrezioni qualificate, anche la politica vedrebbe di buon occhio l'ingresso della CdP, bisogna superare i limiti regolamentari. Nello specifico la Cassa per statuto non puo' investire in societa' che non abbiano i conti in utile. Questo potrebbe essere superato grazie all'intervento del governo che, per decreto, potrebbe dare il via al cambiamento dello statuto dell'ente. Secondo fonti vicine all'esecutivo, la volonta' di cambiare per decreto lo statuto sarebbe tutt'altro che invisa al Governo.

Una volta cambiato lo statuto spetterebbe poi all'assemblea della societa' approvarlo. Un passaggio, dall'esito scontato ma che potrebbe allungare i tempi. L'intervento della Cdp avrebbe l'indubbio vantaggio di dare potere negoziale nei confronti di Air France che, sempre secondo indiscrezioni, avrebbe posto condizioni draconiane per il salvataggio di Alitalia, sia in termini di occupazione, sia in termini di marginalizzazione della compagnia a ruolo di carrier regionale con la perdita di tutte o quasi le rotte intercontinentali.

Intanto il Cda di Alitalia in calendario per domani a Roma e' slittato venerdi' a Milano, per ragioni di carattere tecnico e organizzativo.

dc/glm

(END) Dow Jones Newswires
October 02, 2013 13:09 ET (17:09 GMT)

Copyright (c) 2013 MF-Dow Jones News Srl.- - 01 09 PM EDT 10-02-13
76 di 4072 - 02/10/2013 21:48
PINLOP N° messaggi: 1329 - Iscritto da: 19/3/2008
è una risata o un grido di dolore? come mai nessuno rinfaccia al nano l'orrore della ex compagnia italiana e dei suoi capitani coraggiosi?
77 di 4072 - 16/10/2013 09:28
cristiann N° messaggi: 780 - Iscritto da: 15/2/2008
Si decolla o no ?!
78 di 4072 - 21/10/2013 10:06
cristiann N° messaggi: 780 - Iscritto da: 15/2/2008
Fuori al costo...titolo troppo fermo
MODERATO rafzal (Utente disabilitato) N° messaggi: 4007 - Iscritto da: 15/2/2013
MODERATO rafzal (Utente disabilitato) N° messaggi: 4007 - Iscritto da: 15/2/2013
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