Giulio Andreotti insegnava che "la smentita è una notizia data due volte". Quella che ieri mattina la Banca d'Italia - per la precisione, ambienti di Via Nazionale - ha affidato alle agenzie non era nemmeno una smentita secca ma il posticipo di un evento possibile ma attualmente "non all'ordine del giorno". L'evento sono le dimissioni anticipate del governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, secondo quanto pubblicato ieri dal quotidiano Il Foglio.

Visco potrebbe dimettersi a ottobre, in anticipo di un anno rispetto alla scadenza del secondo mandato (di sei anni) nell'ottobre del 2023. Lo scopo? Favorire il ricambio al vertice di Via Nazionale nell'attuale legislatura e con il premier Mario Draghi saldamente in sella. E sottrarre così la delicata nomina - che incide sulla credibilità europea dell'Italia nelle scelte di politica monetaria all'interno della Bce - a un eventuale schieramento populista o di destra (leggi: a trazione Giorgia Meloni o Matteo Salvini). Una figura dal profilo istituzionale magari cresciuta dentro Via Nazionale e avvezza ai rituali di quella authority sarebbe per il primo ministro una garanzia di poter tenere su binari rigidi la linea di Bankitalia e, per quella via, la seconda fase delle riforme e dell'implementazione del Pnrr.

Ambienti di Bankitalia informalmente negano che l'interpretazione autentica della dichiarazione sia quella di una conferma a tempo dello scenario ipotizzato dal quotidiano diretto da Claudio Cerasa. E a tirarsi fuori è stato nel pomeriggio lo stesso Draghi, a margine del G7 di Schloss Elmau in Germania. "Non ne so assolutamente nulla. Sarà il governatore che deciderà quando vuole. È sempre stato così, non si vede perché debba cambiare. Quanto alle nomine, l'unica che mi viene in mente nei prossimi giorni è quella dei vertici di Invitalia...".

Il riferimento di Draghi può essere letto in controluce: fino al 2005 i governatori erano nominati a vita e per questo dovevano dimettersi se volevano interrompere l'incarico. Il primo governatore ad avere un incarico a termine - sei anni - fu proprio Draghi, che non lo portò a termine perché si dimise nel novembre 2011 per andare in Bce. Si insediò Visco al posto suo e arrivò fino a scadenza naturale nel 2017, quando venne riconfermato dal governo Gentiloni che dovette difenderlo dagli attacchi di Matteo Renzi. Dunque, giuridicamente nulla osta a che Visco arrivi a scadenza naturale; sempre che non si decida di procedere in autunno con un'anticipazione della tornata di nomine, che resterebbero così sotto la guida dello stesso Draghi.

Lo scenario delle designazioni a incarichi pubblici e in società controllate dallo Stato effettuate da Draghi prima della scadenza della legislatura è stato anticipato lo scorso 15 giugno da MF-Milano Finanza. In primavera ci sono da rinnovare, fra gli altri, i consigli di Consap, Consip, Enav, Enel, Eni, Leonardo, Poste, Terna e se si votasse a maggio 2023 - finestra tecnicamente possibile - a presentare le liste sarebbe il governo uscente. Potrebbe rientrarvi anche Bankitalia, anche se in ambienti vicini a Palazzo Chigi ciò viene escluso.

Tra i vari fattori da mettere a posto ci sono infatti il consenso politico all'operazione e il difficile nodo del successore di Visco. Fabio Panetta, attuale membro del board Bce, è considerato uno dei papabili, ma si creerebbe il vuoto nel consiglio direttivo a Francoforte, dove non è scontato che un posto spetti sempre all'Italia. C'è poi la soluzione interna che vede la promozione dell'attuale dg di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, o un ritorno a Palazzo Koch del ministro dell'Economia, Daniele Franco, già dg di Banca d'Italia per poco più di un anno prima di essere chiamato da Draghi a Via XX Settembre. Ma gli incastri sono tanti, e delicati. E difficoltà, sorprese e insidie sono dietro ogni angolo.

red

MF-DJ NEWS

2908:08 giu 2022

 

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