Non c'è solo il Montepaschi tra le partite incagliate del consolidamento bancario italiano. Se il Tesoro non ha ancora trovato una exit strategy per disimpegnarsi dall'istituto senese, anche il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi sembra trovarsi in un impasse con Carige.

Con il salvataggio messo in atto a fine 2019, scrive MF, Cassa Centrale era entrata nel capitale della banca (oggi capitanata dall'ad Francesco Guido) da socio industriale con una quota dell'8,34%. La partecipazione avrebbe però potuto balzare all'88% nel caso in cui fosse stata esercitata l'opzione di acquisto sui titoli oggi detenuti dal Fitd. Il confronto tra i due azionisti si è aperto alla fine dell'anno scorso ma è finito in breve tempo su un binario morto. A metà marzo Ccb ha cosi ufficializzato al board del Fitd il passo indietro giusticandolo con la «aleatorietà della pandemia sul mercato, la sua imprevedibile evoluzione e i rischi connessi a questo eccezionale scenario». Dopo gli sforzi profusi negli anni scorsi per mettere in sicurezza gli anelli fragili del sistema bancario è più che comprensibile che il Fitd non voglia restare col cerino in mano.

Ma il compratore manca ancora all'appello. Nella data room aperta a giugno (sotto la supervisione degli advisor Kpmg e Deutsche Bank) avrebbero avuto accesso Banco Bpm e Credem assieme ad alcuni fondi di private equity (si fanno in nomi di Bain, Centerbridge e Apollo). Con altri istituti come Bper e Crédit Agricole ci sarebbero stati contatti più informali, che però, anche in questo caso, avrebbero dato esito interlocutorio. Al punto che da qualche giorno ai vertici del Fitd si starebbe ragionando sull'opportunità di «comprare tempo» e rinviare il deal quantomeno all'autunno se non a inizio 2022. Si tratta ovviamente di una scelta delicata, non solo perché le intese raggiunte con i regolatori prevedevano una dismissione della quota entro il 2021 (in linea con i vincoli previsti dallo statuto del Fondo), ma anche perché uno slittamento del deal farebbe perdere al compratore i benefici fiscali legati alle dta. I recenti provvedimento del governo hanno infatti previsto che la trasformazione delle dta in crediti fiscali possa valere solo per le operazioni di m&a che saranno approvate dai cda entro la fine di quest'anno. Va da sé che un accordo raggiunto troppo a ridosso della scadenza difficilmente potrà beneficiare di questo prezioso incentivo, che nel caso di Carige potrebbe valere ben 1,3 miliardi.

rred/lab

MF-DJ NEWS

1508:23 lug 2021

 

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