Tim: Bernabe', fare sistema (Mi.Fi.)

Data : 02/02/2019 @ 09:51
Fonte : MF Dow Jones (Italiano)
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Tim: Bernabe', fare sistema (Mi.Fi.)

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1 Anno : Da Set 2018 a Set 2019

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Venerdì 1 febbraio, sulla scrivania di Franco Bernabè, nell'ufficio romano della sua società di consulenza, i titoli dei giornali strillano che il Paese è in recessione. Lui, il padrone di casa, scuote la testa, ma a differenza di molti commentatori ed analisti, non dà la colpa al governo. O almeno non solo ad esso, e in questa intervista, in cui risponde senza rete a tutte le domande, anche quelle sulla partita in corso a Telecom e sul ruolo che potrebbe giocarvi, prova a spiegare perché non si aggiunge al coro: "Io penso che questo sia un governo come tanti, non certo il peggiore. Come anche ci sono stati periodi più difficili e pericolosi di quello attuale. Nel 1980 una classe politica inetta e un sistema che si stavano sfaldando lasciarono precipitare l'Italia nel caos del terrorismo, in una confusione totale nella quale l'opposizione arrivò ad assumere un atteggiamento eversivo".

Domanda. Il Pci eversivo?

Risposta. Il Berlinguer che ai cancelli di Mirafiori metteva il cappello sull'occupazione delle fabbriche non era ai limiti dell'eversione? E mentre tutto questo succedeva, il sistema politico dava vita a un governo, durato 197 giorni, che non riuscì a varare nemmeno la Finanziaria, il Cossiga II. Per fortuna ci fu una persona, una sola, che salvò il Paese.

D. Chi?

R. Romiti, che da solo, contro il governo, contro i sindacati, contro i giornali, contro i suoi stessi azionisti che lo invitavano a non essere troppo intransigente, tenne ferma la propria posizione e stimolò la reazione della società civile che con la marcia dei quarantamila determinò un'inversione di tendenza. Un altro che seppe andare controcorrente, tredici anni dopo, fu Giuliano Amato.

D. Forse anche Ciampi.

R. Su Ciampi torneremo, ma qui mi premeva sfatare il mito del peggior governo di sempre. Be', con tutti i suoi limiti, non è questo. Vedo l'impreparazione di alcuni (ma non è che tutti i ministri precedenti fossero dei geni), le gaffe... ma non vedo alcun pericolo per la democrazia.

D. Qual è il difetto peggiore del governo?

R. Un riflesso anticapitalista, ma anche questo non è nuovo. L'opposizione così marcata alla Tav ha origini antiche. I comunisti torinesi fecero per anni opposizione al progetto di metropolitana. Al suo posto volevano le tranvie leggere, come nei Paesi dell'Est.

D. Altri tempi.

R. Insomma... oggi siamo in recessione, ma perché ci siamo arrivati? Perché, non da oggi, cresciamo molto meno degli altri, anche perché venti anni fa sono state compiute scelte che ci hanno pesantemente condizionato.

D. Anche lei è diventato antieuro?

R. Ma no, l'euro non c'entra. E nemmeno l'Unione Europea in sé. No, io penso a quel periodo irripetibile di crescita mondiale che c'è stato almeno fino al 2007 e che noi abbiamo completamente sprecato. Vede, faccio un ulteriore passo indietro: un momento in cui qualcuno ha avuto una visione organica del sistema economico italiano è stato fra gli anni 20 e 30, quando un signore che si chiamava Alberto Beneduce ha disegnato un'architettura complessiva basata su tre capisaldi: difesa della grande industria; salvaguardia dell'attività creditizia; canalizzazione nel Paese del risparmio privato attraverso le assicurazioni sulla vita. Fu il new deal italiano. Nel dopoguerra quel disegno organico fu difeso, contro gli americani che volevano smantellarlo, da Donato Menichella. Tutta la crescita degli anni Cinquanta e Sessanta, deriva da lì. Poi, però, sono arrivati i Settanta e gli Ottanta, anni in cui quel sistema non ha saputo rinnovarsi, continuando a perpetuarsi stancamente, senza progetti né idee. Erano gli anni dei nani e delle ballerine, per capirci. Quando nel 1993 tutto è crollato (economia e classe politica) finalmente qualcuno ha cominciato a definire un nuovo disegno organico di sviluppo, una nuova idea generale. Peccato però che fosse parziale.

D. Parla dei governi Ciampi-Prodi o di Berlusconi?

R. Berlusconi non ha avuto molti progetti, si è limitato a mandare avanti l'esistente, ordinaria amministrazione. No, parlo del centrosinistra, col trattino o senza, dell'idea di uscire dalla crisi affidandoci al mercato, facendo, insomma, un copia e incolla delle politiche neoliberiste che funzionavano nei paesi più avanzati. Peccato che noi non lo fossimo abbastanza, il nostro sistema industriale era debole e quello finanziario ancora di più. In Inghilterra e negli Stati Uniti hanno riconvertito e in parte anche distrutto il sistema industriale, battendo le resistenze della working class, ma avevano già in casa le risorse e le strutture necessarie al nuovo capitalismo finanziario. Copiando gli altri anche noi abbiamo abbattuto le frontiere, liberalizzato tutto, venduto i campioni nazionali ecc., ma la massa finanziaria che si è liberata, insieme al grande, enorme, risparmio privato, è fuggita altrove. Serviva maggiore gradualità.

D. Invece?

R. Invece ha fatto premio una visione del liberismo non pragmatica, ma ideologica. Insomma il paradosso è stato che le due decisioni più simboliche prese negli ultimi venti anni da un governo italiano: il sostegno all'opa Telecom dei «Capitani coraggiosi» e le lenzuolate liberalizzatrici, le hanno prese due ex comunisti, D'Alema e Bersani.

D. Che altro si poteva fare?

R. Trattenere i capitali nel circuito finanziario italiano attraverso strumenti adeguati.

D. Lei che avrebbe fatto?

R. Le dico quello che ho fatto: ho mantenuto l'Eni integro e l'ho quotato. Mi dicevano che era impossibile, che l'Eni era un carrozzone e che andare sul mercato era una pazzia. Oggi l'Eni è ancora controllata dal Tesoro, ed è una potenza, nel frattempo che fine ha fatto Ina-Assitalia? Quante traversie ha passato Telecom?

D. Ma il governo le piace o no?

R. Gliel'ho già detto. È un governo come tanti che lo hanno preceduto, non certo peggiore. Tante improvvisazioni le vedo anch'io, ma c'è pure gente preparata. Dagli errori, poi, si può imparare, quello che mi preoccupa è la mancanza di una visione d'insieme, il taglio degli investimenti pubblici, il blocco della Tav e gli attacchi alle banche. Colpendo il sistema finanziario non si va da nessuna parte. Bisogna sostenerlo, semmai, anche rispetto alle cervellotiche regole che s'inventano a livello europeo. Il vero problema è come invertire il flusso verso l'estero dei capitali e del risparmio nazionale, che oggi è gestito a Londra e va a finire chissà dove. I Pir, per esempio, sono stati un'ottima idea, come lo è il fondo da un miliardo per il private equity, ma non bastano. Si deve costruire una nuovo sistema partendo da quello che c'è: banche, assicurazioni, Cassa Depositi e Prestiti, Poste... mettere a sistema l'esistente e provare a crescere. Vede, negli anni scorsi sono stato impegnato con l'operazione Nexi, un investimento di 4 miliardi su una sola entità, fatto da private equity stranieri. Questo per dire che servono capitali enormi e bisogna trovare il modo di canalizzarli qui. Per rilanciare l'Italia servono imprese forti e un sistema finanziario ancora più forte, che necessita di capitali ingenti.

D. In Telecom, come finirà?

R. Io credo che si dovrà trovare un accordo senza il quale perderanno tutti.

D. Potrebbe trovarla lei una soluzione, magari in tandem con l'ad Gubitosi?

R. Non cominciamo con il giochetto dei nomi. Non porta da nessuna parte.

D. Lei è disponibile a un ruolo diverso?

R. Guardi, io, come dire, conosco la materia, ma sarei disponibile solo in un quadro di soluzione condivisa e non conflittuale e in ogni caso nell'interesse del Paese e per un tempo limitato. Le ripeto, io credo che un accordo vada trovato, un accordo complessivo che coinvolga anche Open Fiber, un accordo di sistema per il futuro delle Tlc in Italia

red/lab

 

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February 02, 2019 03:36 ET (08:36 GMT)

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