C'è un settore industriale per il quale inflazione e rischio recessione potrebbero comportare, paradossalmente, una contrazione dei prezzi. E questo settore è quello farmaceutico. A lanciare l'allarme è stato ieri, nella sua lettera agli azionisti, l'amministratore delegato del colosso giapponese Takeda, Christophe Weber, che ha spiegato nella sua lettera agli azionisti come i governi dei Paesi occidentali, stretti tra guerra in Ucraina, strascichi della pandemia e contrasto al cambiamento climatico, potrebbero essere costretti a rivedere i loro budget sanitari, imponendo all'industria il taglio dei prezzi dei medicinali. Costi minori, ovviamente, si tradurrebbero in minori investimenti in ricerca, o nel mancato rinnovo dei brevetti per i farmaci generici (equivalenti, in termine tecnico), che stanno già scomparendo dagli scaffali delle farmacie. Uno studio della società di consulenza Capgemini, non a caso, ha mostrato come un aumento anche modesto dei costi sostenuti dai produttori (4-5%) mette a repentaglio un farmaco a brevetto scaduto su cinque.

La ragione dei timori di Weber, scrive MF, è essenzialmente di tipo regolamentare. Nel pharma, infatti, a differenza di altre industrie, ai produttori risulta complesso scaricare i prezzi sui consumatori finali, perché a condurre le negoziazioni con le società sono direttamente i governi, che possono così esercitare una pressione al ribasso sui prezzi. Le radici vanno rintracciate nell'ultima recessione mondiale, quella del 2008-09: in quell'occasione, soprattutto a livello di Unione Europea, sono state attuate importanti riforme regolamentari che hanno calmierato i prezzi dei farmaci, imponendo paletti piuttosto rigidi che le imprese fanno fatica a oltrepassare, e che difficilmente permettono di compensare i costi crescenti di materie prime ed energia.

E ora, se la storia dovesse ripetersi, le autorità potrebbero scegliere di agire ancora sui costi dei medicinali, esercitando un'ulteriore pressione al ribasso non più sostenibile per i produttori. «A seconda dello stato di qualsiasi recessione, se c'è una grande pressione sui budget del governo, è possibile assistere a un aumento della pressione sui prezzi», ha affermato sulle colonne del Financial Times Evan Seigerman, analista biofarmaceutico presso Bmo Capital Markets. Tolta la leva dei prezzi (quella che sta utilizzando ad esempio il settore alimentare), le big pharma potrebbero essere quindi costrette a fare margine tagliando altre spese, come quelle in innovazione: dopo la pandemia da Covid-19, un rischio non certo irrilevante per la tenuta dei sistemi sanitari.

red/lde

MF-DJ NEWS

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