Capire il mondo in un momento di caos crescente sta diventando sempre più complesso. Comprenderlo guardando dalla finestra dell'Italia, stretta tra austerità energetica incombente, caro vita e costo del denaro in aumento, diventa un esercizio quasi impossibile. Ci ha provato Milano Finanza parlando con Franco Bernabè, manager di lungo corso, attualmente presidente di Acciaierie d'Italia, l'ex Ilva, ma con alle spalle lunghe esperienze da capo azienda in Eni e Telecom, per citare due gruppi ancora oggi cruciali per lo sviluppo del Paese.Chi meglio di lui può capire cosa deve fare lo Stato oggi per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia di Putin e quella finanziaria dall'ombrello della Bce? La chiacchierata telefonica in un giornata torrida praticamente agostana, comincia da un anniversario, i dieci anni del bazooka di Mario Draghi: «va ripreso il cammino virtuoso della finanza pubblica», ammonisce il manager.

Domanda. Presidente Bernabè, a dieci anni dal whatever it takes di Mario Draghi, l'Italia si è riscoperta vulnerabile sul fronte dello spread. Cosa può fare per rendersi indipendente dal sostegno della Bce?

Risposta. Deve riprendere il percorso virtuoso che tra il 1993 e il 2007 ha consentito di ridurre il rapporto debito/pil da oltre il 120% al 104% e che ha restituito ai mercati finanziari la fiducia nella sostenibilità del debito pubblico. Questo percorso era caratterizzato dalla costante generazione di un saldo primario del bilancio pubblico ed è stato accompagnato da una costante riduzione della spesa per interessi. I mercati, quando si pongono la domanda sulla sostenibilità del debito, non guardano ai livelli di partenza ma alla direzione verso la quale si muove la politica economica e soprattutto alla coerenza dei provvedimenti. In quel periodo, nonostante la diversità del colore politico dei governi, la coerenza c'è stata.

D. Il debito pubblico è il nemico numero per l'Italia, perché condiziona da decenni la politica economica e le riforme. Milano Finanza ha lanciato un appello al governo per tagliarlo e per usare meglio il risparmio nei confini nazionali. Crede che sia una ricetta giusta?

R. L'Italia è una nazione contraddittoria. A fronte di un debito pubblico tra più elevati tra i Paesi industrializzati ha una ricchezza privata che anche a livelli assoluti è tra le più elevate al mondo. Le ragioni di questo paradosso sono molte: evasione fiscale, insufficiente tassazione della ricchezza mobiliare e immobiliare, eccessivi trasferimenti ai privati dal bilancio pubblico. Per impedire che questa situazione si riveli insostenibile occorre che la ricchezza privata venga messa a servizio dello sviluppo del Paese anche con strumenti originali.

D. Come?

R. Il tema non è nuovo. Quando nel 1912 Nitti creò l'Ina, l'istituto nazionale delle assicurazioni, aveva in mente proprio di indirizzare il risparmio privato alle necessità dello sviluppo dell'Italia.

D. Cosa si può fare per incentivare l'ingresso in Borsa del risparmio italiano, che ancora oggi finisce per il 75% all'estero?

R. Purtroppo le società di servizi finanziari che indirizzano la destinazione del risparmio che si genera in Italia si trovano a Londra o negli Stati Uniti e guardano ai mercati globali. In questa prospettiva il ruolo dell'Italia nell'asset allocation è marginale e per questo torna in Italia solo una frazione del risparmio che il Paese genera. Per superare questa situazione occorre promuovere lo sviluppo di intermediari finanziari specializzati che sappiano indirizzare il risparmio verso iniziative italiane.

red/mcn

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